Leonardo Di Venere - Gilberto Fossen Scultore

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Leonardo Di Venere

Ero stato a trovarlo, volevo parlargli,sentirlo

parlare, dell’Uomo e della Storia, di sé e della sua arte,
là, nella sua casa, enorme, per sé solo,
e qualche gatto solitario, randagio, vagabondo,
come i suoi occhi, sempre tesi a filtrare la luce,
a rifletterla nella sue opere, appartate e distanti,
in una essenza di vita tranquilla, lontana
da retorica e accademismo, senza eroi, né simboli.

Volti e figure sono presi dalla sua gente,
dai suoi luoghi, di borghi e terre coltive,
dove adombra se stesso, risoluto nell’orgoglio
naturale, nell’umiltà quasi cristiana,
semplice, onesto, nella veste, nell’abito mentale,
nel parlato, sempre dritto al cuore delle cose,
alla loro verità, alla sua, di scultore: di se stesso
attraverso la dimensione dell’opera scultorea,
nell’arte della sottrazione, della visione
immaginata, esperita in salute luce e libertà.
 
In quell’ora, in quello spazio, avevo preso anche
qualche appunto, senza servirmene,
mi è bastato ascoltarlo, a lingua sciolta,
a fiato colto, nel raccontare di se stesso,
dall’inizio, da quando non aveva
carta e penna, negli occhi la matita,
lo sguardo vago, poetico, suggestivo;
curioso delle forme, della forma.
La forma che sarebbe stata totalmente diversa
se non fosse stato quel che è,
nel silenzio, con se stesso, in mezzo alle sue opere –
espressione precisa e gran segreto,
combinazioni perduranti e suo bisogno
di Bellezza, vorrei dire, di Bello e Necessario.

Leonardo Di Venere, 19 febbraio 2015
 
 
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